Sanità

Il campo da guerra Buccheri: niente posti, si cura dove si può

Il reportage
All’interno tutti gli spazi sono occupati A me e a mia figlia è stato chiesto di restare qui finché è possibile E’ la seconda notte che passo in barella Per aiutarmi col femore rotto sono state chiamate anche le cliniche private.
Asia nasconde sotto il cappuccio il volto da bambina che soffre per gli spasmi.
Forse si tratta solo di un virus intestinale, ma i genitori si sono fatti prendere dal panico e sono corsi in ospedale.
Dalle 6 del mattino è accucciata su una sedia della sala d’aspetto del Buccheri La Ferla, con la flebo al braccio: al pronto soccorso sono finite pure le barelle e in corridoio non c’è più spazio.
Al pediatra che l’ha visitata non è rimasta altra scelta che curarla lì, in quella stanza di passaggio dove i pazienti in attesa trascorrono ore prima di essere visitati. “Dentro è tutto pieno e ci hanno detto di restare qui fino a quando non finisce la flebo”, allarga le braccia la mamma.
Non sa che quella è solo l’anticamera dell’inferno che si apre spalancando la porta dell’area di emergenza.
Sono le otto del mattino e lungo il piccolo corridoio sul quale si affacciano le sale visita ci sono sei barelle addossate al muro.
La porta a vetri che dà sulla strada si apre e si chiude di continuo per consentire l’ingresso dei nuovi pazienti in arrivo. “Ho trascorso la notte al gelo, a morire di freddo”, si lamenta un anziano di 67 anni accompagnato al Buccheri La Ferla dalla figlia Martina.
Al cambio del turno i tre medici che prendono il testimone dei due camici bianchi reduci dalla notte si muovono come in un campo di battaglia: nove pazienti in codice rosso distesi sulle lettighe dell’osservazione breve, 16 codici gialli, altri 16 malati da ricoverare.
Ma non c’è un solo posto letto libero in tutto l’ospedale.
E neanche altrove. “Alcune strutture sanitarie private della città, avendo raggiunto il budget, rifiutano trasferimenti dagli ospedali, privando di fatto il territorio di un’importante riserva di posti letto”, scriveva già il 7 dicembre scorso il direttore sanitario dell’ospedale cattolico Giampiero Seroni, in una nota di fuoco inviata all’assessorato regionale.
Una richiesta d’aiuto che nella settimana trascorsa è rimasta però inascoltata.
E inascoltati sono soprattutto i pazienti vittime di traumi e incidenti stradali.
Antonino Saviano, 37 anni, è uno dei quattro pazienti con femore e ossa rotte che aspettano nel limbo del pronto soccorso un posto letto in corsia: “E’ la seconda notte che passo in barella, dicono che non ci sono posti.
Hanno chiamato anche gli altri ospedali e le cliniche private”. E pensare che le linee guida dell’Agenas, l’agenzia ministeriale che vigila sulla qualità dei servizi sanitari, parlano chiaro: le persone con rottura del femore e dell’anca vanno operate entro 48 ore.
Le performance di Asp e ospedali vengono giudicate anche su questo. “Ma in tutta Palermo al momento non c’è un posto libero di Ortopedia”, allarga le braccia il primario del pronto soccorso Rosario Favitta.
Per dare una boccata d’ossigeno ai suoi medici, anche lui ha passato tre ore nella sala di osservazione breve. “Qui i pazienti dovrebbero stare solo qualche ora, sei al massimo.
E invece restano giorni in attesa di essere trasferiti”. Sono i “ricoveri fantasma”, quelli dei pazienti curati su barelle improvvisate lungo il corridoio o in astanteria.
Al Buccheri La Ferla sono il 16 per cento di tutti i ricoveri.
Malati anche gravi che trasformano il pronto soccorso in un mini-reparto.
Sottraendo tempo (e risorse) alle emergenze che continuano ad arrivare al triage.
Un peso sulle spalle dei medici del pronto soccorso che si trovano anche a dover assistere pazienti che dovrebbero essere curati in altri reparti.
E così la macchina dell’emergenza si ingolfa.
Non è stato sufficiente nemmeno bloccare tutti i ricoveri programmati (quelli non urgenti disposti direttamente dai reparti) per far rifiatare il pronto soccorso in crisi.
E puntuale scatta il fax alla centrale operativa del 118: l’ospedale Buccheri La Ferla registra il tutto esaurito, si prega di dirottare le ambulanze altrove.
Al Civico, al Policlinico, a Villa Sofia-Cervello.
Ovunque tranne che qui.
Il rischio è che accada ciò che è accaduto il giorno prima: quattro ambulanze bloccate per ore perché non ci sono lettighe su cui trasferire i pazienti a bordo.
La sfida è mantenere la calma. “La nostra utenza è molto varia – racconta un operatore – perché qui arrivano le emergenze di tutto l’hinterland, da Ficarazzi a Bagheria.
Qualcuno persino da Messina”. Arrivano persino i bambini come Asia, anche se non c’è il pronto soccorso pediatrico. “Perché noi – dice il primario – non mandiamo via nessuno.
Curiamo tutti tra mille difficoltà”. Anche a costo di farlo su una sedia.

di Giusi Spica e Giada Lo Porto

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